LA STORIA CHE SI RIPETE
Come cent’anni fa, qualcuno ci sta spiegando cosa sta per succedere.
E noi, come cent’anni fa, non ci facciamo caso.
C’è una scena che si ripete nella storia con una puntualità che dovrebbe fare accapponare la pelle. Un gruppetto di esaltati — rozzi, rumorosi, ideologicamente approssimativi — comincia a fare cose che gli osservatori “seri” liquidano con un sorriso di superiorità. Folklore. Paccottiglia. Gente che non andrà da nessuna parte. I giornali li raccontano come fenomeno sociologico da studiare, non come pericolo da prendere sul serio. I partiti tradizionali li guardano con un misto di disprezzo e calcolo: forse si possono usare, forse si sgonfieranno da soli.
Poi, un giorno, si svegliano al governo.
IL COPIONE DEL 1921
Quando le squadre d’azione fasciste bruciavano le Camere del Lavoro, picchiavano i sindacalisti, distruggevano le redazioni dei giornali socialisti, l’Italia liberale aveva una risposta pronta: esagerano un po’, ma sono un argine al bolscevismo. Giolitti li chiamò — con una delle previsioni più catastrofiche della storia italiana — “fuochi di paglia”. I prefetti guardavano dall’altra parte. I carabinieri si giravano. La stampa moderata parlava di “eccessi comprensibili” in un clima di tensione sociale.
La violenza non era un incidente di percorso. Era il programma. Era il metodo con cui il fascismo normalizzava se stesso: ogni spedizione punitiva alzava l’asticella di ciò che era tollerabile, ogni pestaggio rimasto impunito insegnava alla società che certi corpi potevano essere colpiti senza conseguenze, che certa stampa poteva essere silenziata senza scandalo, che certi avversari politici non godevano della protezione dello stato. La violenza era pedagogica. Insegnava chi comandava davvero.
E la cosa più allucinante? La gente lo sapeva. Non è che non vedessero. Vedevano benissimo. Semplicemente avevano deciso — per convenienza, per paura, per calcolo, per quel peculiare ottimismo dei mediocri — che non fosse davvero serio. Che ci fosse sempre un limite oltre il quale non si sarebbe andati. Che le istituzioni avrebbero tenuto.
Le istituzioni non tennero.
IL COPIONE DEL 2024-2025
Roberto Vannacci è un generale che ha scritto un libro in cui sostiene, tra le altre oscenità, che gli omosessuali “non sono normali”, che le razze esistono e che i loro confini andrebbero rispettati, che l’Italia è stata stravolta da forze oscure nemiche del popolo autoctono. Un libro che in qualsiasi democrazia anglosassone avrebbe concluso la sua carriera militare nel giro di ventiquattr’ore. In Italia lo ha reso il primo eletto della Lega alle europee del 2024, con 530mila preferenze.
Fin qui, si potrebbe discutere. Il voto di protesta esiste. Il populismo ha radici reali nel disagio sociale. La politologia ci ha costruito sopra intere biblioteche.
Il problema non è Vannacci in sé. Il problema è quello che Vannacci ha liberato.
Perché attorno al generale — e attorno alla galassia sovranista (leggasi: neofascista) di cui è il terminale più esplicito — si è coagulato qualcosa che assomiglia in modo inquietante non al fascismo maturo e istituzionalizzato, ma al fascismo nascente: quello urlato, fisico, godereccio nella sua aggressività, convinto di avere finalmente il permesso di dire e fare ciò che prima bisognava tenere a freno.
LA GRAMMATICA DELLA VIOLENZA CHE CRESCE
Osservate la sequenza. Non i singoli episodi — i singoli episodi si possono sempre spiegare, contestualizzare, minimizzare. Osservate la sequenza.
Il giornalista che riceve minacce di morte perché ha criticato il generale viene deriso: se la cerca. Il professore universitario aggredito verbalmente durante una conferenza da militanti identificati con quell’area viene liquidato: provocazione reciproca. Il parlamentare dell’opposizione insultato con epiteti razziali durante un comizio viene ignorato: folklore meridionale. I centri sociali antifascisti sgomberati con una tempistica politicamente eloquente vengono presentati come semplice applicazione della legge. Le redazioni che pubblicano inchieste scomode ricevono messaggi coordinati di intimidazione vengono rassicurate: il web è così.
Ogni episodio, isolato, è spiegabile. La sequenza non lo è.
La sequenza dice che esiste un ecosistema — social, politico, para-militante — che sta sistematicamente testando i confini di ciò che è punibile, di ciò che è denunciabile, di ciò che produce conseguenze. E che ogni test andato a buon fine — ogni intimidazione che non ha prodotto arresti, ogni violenza che non ha prodotto scandalo politico, ogni insulto che non ha prodotto dimissioni — abbassa ulteriormente la soglia.
Esattamente come cent’anni fa.
IL RUOLO DEI COMPLICI INCONSAPEVOLI
C’è una categoria che nella parabola fascista degli anni Venti giocò un ruolo cruciale e viene costantemente rimossa dalla memoria collettiva: i moderati che non vollero vedere.
Non i fascisti. I moderati. Quelli che dicevano non esageriamo. Quelli che trovavano Mussolini volgare ma preferibile ai socialisti. Quelli che pensavano di poterlo usare, domare, istituzionalizzare. Quelli che quando qualcuno alzava la voce rispondevano con quella frase che è il vero epitaffio dell’Italia liberale: “lei vede fascisti dappertutto”.
Oggi quella frase è cambiata di poco: “lei paragona tutto al fascismo”.
È la stessa funzione psicologica e politica. Serve a spostare l’onere della prova su chi denuncia. Serve a far sembrare isterica la persona che indica il pericolo. Serve a normalizzare per accumulo ciò che non si vorrebbe dover giudicare.
I media mainstream italiani — con rare eccezioni — stanno svolgendo oggi esattamente quel ruolo. Trattano Vannacci come un personaggio pittoresco. Trattano le sue esternazioni come materiale da talk show. Invitano lui e i suoi sodali in ogni salotto televisivo per garantire “pluralismo”, senza mai applicare a quelle idee lo stesso livello di scrutinio critico che si riserverebbe a qualsiasi altra posizione politica. Lo normalizzano. Lo rendono presentabile. Lo inseriscono nel circo della democrazia spettacolo senza interrogarsi su cosa stia costruendo fuori dalle telecamere.
Esattamente come fecero i giornali liberali con i fascisti tra il 1920 e il 1922.
LA MARCIA NON ARRIVA MAI DI SORPRESA
Ecco la cosa che la storia ci dice con una chiarezza brutale: la Marcia su Roma non fu un colpo di stato improvviso. Fu l’epilogo logico e ampiamente prevedibile di due anni in cui la violenza squadrista era stata tollerata, in cui lo stato aveva dimostrato di non voler o poter reagire, in cui i partiti democratici avevano litigato tra loro mentre il nemico si organizzava, in cui la classe dirigente liberale aveva concluso che tutto sommato Mussolini era più utile che pericoloso.
Non ci fu una mattina in cui l’Italia si svegliò fascista per caso. Ci fu una lunga serie di mattine in cui l’Italia scelse — attivamente, consapevolmente, con deliberata vigliaccheria — di non fare ciò che andava fatto.
Oggi non siamo nel 1922. Ma potremmo essere nel 1921. E nel 1921 chi disse quello che sto scrivendo ora venne chiamato catastrofista, complottista, nemico del dialogo, servo dei poteri forti di sinistra.
La storia non si ripete mai uguale. Ma balbetta. E il balbettio di oggi ha un accento che chi ha studiato quel periodo riconosce con una chiarezza che fa venire freddo alla schiena.
CONCLUSIONE: IL PRIVILEGIO DI ESSERE AVVERTITI
Viviamo in un’epoca di privilegio storico straordinario: sappiamo già come va a finire. Abbiamo i libri, gli archivi, le testimonianze. Sappiamo cosa successe quando la violenza politica fu trattata come folklore. Sappiamo cosa successe quando i moderati pensarono di poter gestire gli estremisti. Sappiamo cosa successe quando la stampa decise che il conflitto faceva audience e la denuncia faceva noia.
Sappiamo. E nonostante sappiamo, ripetiamo.
Il fascismo non tornò mai perché la gente lo volle esplicitamente. Tornò — torna sempre — perché abbastanza persone decisero che non era ancora abbastanza serio da giustificare il fastidio di opporsi davvero.
Quel momento è adesso. E lo stiamo sprecando.
Chi ha orecchie per intendere, intenda. Gli altri aspettino pure — la storia ha tutta la pazienza del mondo. Sono le vittime che non possono permettersi di aspettare.




















































